venerdì 23 marzo 2012

Ma Friedrich von Hayek starebbe con Homer Simpson

Immagino sia stato un caso, ma proprio stasera, ventennale della morte del grande Friedrich von Hayek, Italia1 ha passato una puntata dei Simspon tutta hayekiana, una sorta di bignami delle sue tesi sull'impossibilità di una direzione centralizzata della società e sugli errori del costruttivismo razionalista.

Lisa entra a far parte di una ristretta cerchia di geniali cervelloni che prende il potere a Springfield e tenta di instaurare un'utopica società perfetta su basi razionali e scientifiche. Il tutto finisce in disastro e con l'intervento di Stephen Hawking che rimprovera agli aspiranti ditattori illuminati l'intossicazione da potere. Davanti a una birra, l'imperfettista Homer gli suggerisce una teoria dell'universo a forma di ciambella, e cerca di farsi pagare il giro imitando la voce computerizzata del fisico paralizzato.

Per il ventennale di Hayek, vari interventi sul sempre ottimo Chicago Blog.

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lunedì 12 gennaio 2009

I rossi delusi diventano verdi (non solo d'invidia!)

Sempre a proposito di ambientalisti, eco-fondamentalisti e adoratori di Gaia, una bella citazione di Lord Lawson (ex Cancelliere dello Sacchiere, cioè sostanzialmente Ministro delle Finanze, della Thatcher), che integra e conferma quella di Reisman:

Con il crollo del marxismo, e di fatto delle altre forme di socialismo, coloro che detestano con pari vigore il capitalismo, soprattutto su scala globale, e il suo più importante esemplare, gli Stati Uniti, sono stati obbligati a trovare un nuovo credo. Per molti di loro, la fede verde è la nuova fede rossa. E coloro che desiderano acquisire potere per ordinarci come gestire le nostre vite, posti dinanzi alla scomoda evidenza che la prosperità economica si raggiunge meglio con un minore piuttosto che con un maggiore intervento dello Stato, accolgono naturalmente di buon grado la comparsa della nuova licenza di intromettersi, interferire e regolare: la grande causa della salvezza del pianeta contro i presunti orrori del riscaldamento globale. (Nigel Lawson, Nessuna emergenza clima, pp. 119-120).


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domenica 19 ottobre 2008

Gli Zucconi che non capiscono la sanità privata

A proposito del problema della sanità negli USA, venuto molto di moda qualche tempo fa per Sicko di Michael Moore, e del problema della sanità privata in generale, ecco un'interessante lettera di un italiano in America al direttore di Repubblica.it, Vittorio Zucconi:

Caro Direttore,

Leggo spesso suoi lettori che dicono che in Italia le prestazioni mediche sono gratis mentre qui negli USA si pagano. Posso suggerire che forse costano esattamente lo stesso (ovviamente!). Qui pago l'assicurazione medica e il 19% di tasse sul reddito. In Italia non pago l'assicurazione medica ma sborso il 42%
di tasse sul reddito (e quindi pago l'assistenza medica pure a chi, per diritto o furberia, le tasse non le paga). Lo so che questa e' una affermazione semplicistica ma rende l'idea. Saluti

Giulio Taglialatela (Texas)
Ed ecco l'autocontradditoria risposta di Zucconi:
There ain't no such thing as a free lunch, nessuno ti regala i pasti, ma il suo discorso si può invertire. Se i ricchi pagassero più tasse (che si possono permettere) forse i meno ricchi ne potrebbero pagare un po' di meno, avendo gli stessi servizi. Ma come sa, i capponi beccano sempre gli altri capponi, mai chi li manda arrosto e l'abilità dei governanti è appunto di far credere al pollame che il nemico sia un altro pollo, e non il pollivendolo.
A parte la solita finta banalità dei ricchi che si possono permettere più tasse (dove si gioca sull'ambiguità fra "più" in senso proporzionale o assoluto), a un lettore che esplicitamente mette in luce le responsabilità del pollivendolo (lo stato che si prende il 42% di tasse), Zucconi risponde insinuando che invece se la prenda coi capponi poveri e suggerisce invece di rifarsi sui capponi ricchi, predicando nel frattempo la fratellanza fra capponi.

Un esempio perfetto di pensiero confuso, ipocrisia e invidia malcelata.


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sabato 18 ottobre 2008

Superenalotto, scelte razionali ed economia

La teoria delle scelte razionali (TSR) insegna come decidere razionalmente se fare o meno una data mossa. L'idea è molto semplice, almeno in contesti semplici. In particolare, se si possono stimare con sufficiente precisione le probabilità in gioco e, allo stesso tempo, le vincite e le perdite coinvolte, si tratta di un calcolo molto semplice.

Il caso tipico è quello dei giochi d'azzardo come il Supernalotto. In questi giorni si possono vincere 90 milioni di euro con una giocata da 1 euro. Ciò nonostante, giocare al Superenalotto è irrazionale, secondo la TSR, per questo semplice motivo. La probabilità di azzeccare tutti e sei i numeri estratti sui 90 possibili è meno di 1 su 600 milioni.* La vincita che ci si può aspettare giocando, la cosiddetta vincita attesa, equivale a questa probabilità moltiplicata per i 90 milioni: cioè a 0,15 euro (=90/600).

Quindi, da un lato abbiamo una vincita attesa di 15 centesimi di euro; dall'altro la perdita sicura di 1 euro (il costo della giocata). Di conseguenza, giocare è irrazionale perché la vincita attesa è molto più bassa della perdita attesa.

La TSR spiega parecchie cose in modo semplice, ma lascia l'amaro in bocca. Perché tanta gente gioca lo stesso? Perché giocare ci sembra ragionevole, se non proprio razionale? Perché se poi vinciamo ci viene una gran voglia di cercare il primo logico in circolazione e seppellirlo di bigliettoni? Naturalmente, molto dipende da cosa intendiamo per "razionale" e come lo definiamo. La TRS ne offre una definizione precisa e ristretta come tutte le definizioni. Ma l'errore principale, in questi casi, penso sia un altro.

Spesso, da quanto detto sopra si tende a fare un passo ulteriore, che non discende necessariamente dalla teoria. (Di solito il passo lo fanno di corsa economisti, politici, economisti consiglieri di politici ecc.) Il passo è questo: dato che molte scelte compiute da tante persone sono irrazionali nel senso della teoria, dato cioè che la gente agisce irrazionalmente e in particolare tende a usare in maniera irrazionale i proprio soldi, sprecandoli, occorrerebbe che governanti illuminati si curassero di informare queste persone, farle ragionare, al limite vietare loro di sbagliare - per il loro bene - e magari prendersi a carico questi denari altrimenti sprecati e gestirli in modo razionale. Nel caso del Supernalotto queste proposte non si sentono - per l'ottimo motivo che è gestito dallo stato e gli fa guadagnare tanti soldi - ma sono all'ordine del giorno in economia politica, dove servono a giustificare un'enorme quantità di interventi pubblici a favore del "bene comune" e a correzione dei "fallimenti del mercato" e della "razionalità individuale".

Questa idea, che consiste nel pensare che l'individuo non sappia in media gestire i propri soldi e la propria vita, è alla base di tutte le ideologie socialiste, comuniste e stataliste - in una parola, anti-liberali - in circolazione. Ma questa idea si basa spesso su un errore economico, che ha a che fare con la teoria del valore.

L'errore è pensare che, nell'esempio del Superenalotto, l'unico valore coinvolto sia quello misurato in termini monetari (cioè i 90 milioni o l'1 euro) e non ci siano altri "valori" che interessano ai giocatori. Ora, questo è evidentemente falso, e lo dimostra proprio il fatto che la gente continui a giocare. Se io sono disposto a scambiare 1 euro per la giocata, significa che la giocata vale, per me, più dell'euro: altrimenti non comprerei il biglietto. Questa, in nuce, è la teoria soggettiva del valore accettata dalla Scuola Austriaca di economia: il valore è soggettivo, nel senso che riguarda solo l'individuo che compra e vende, e non può essere espresso oggettivamente una volta per tutte e per persone diverse, per esempio in termini monetari.

Questo non significa che giocare al Superenalotto sia razionale in senso probabilistico (infatti non gioco). Significa solo che quando spendo 1 euro per giocare, non compro solo 1 possibilità su 600 milioni di vincere 90 milioni, ma anche il sogno di diventare ricco, di pagare il mutuo, di comprarmi casa; e compro anche un'assicurazione contro il rimorso di non aver giocato quando vedrò il vincitore, e molto altro ancora. Valori non quantificabili in moneta, ma non per questo meno oggettivi: e, in ogni caso, maggiori del valore che ha per me 1 euro in quel momento, visto che lo spendo.

Per concludere, la teoria soggettiva del valore ci dice che nessuno, se non io stesso, può valutare oggettivamente quando qualcosa vale per me. La teoria delle scelte razionali mi dice forse che giocare al Superenalotto è un metodo irrazionale per arricchirsi, non che giocare sia irrazionale tout court.

P.S.: qualcuno potrebbe sostenere che se il giocatore sapesse quali sono le probabilità coinvolte, allora non giocherebbe. Tuttavia, se di fatto gioca, ciò significa che 1 euro rappresenta per lui un costo inferiore a quello di informarsi sulla TSR, ammesso che questo gli interessi. Di nuovo, il valore è soggettivo.

P.P.S.: non abbiamo parlato qui di un altro problema probabilistico legato al Superenalotto e giochi simili: il mito del "numero ritardatario". Questo problema è meno interessante, perché è una fallacia tipica nell'utilizzo della legge dei grandi numeri.

* In una prima versione di questo post, avevo erroneamente scritto che la probabilità di fare sei al Superenalotto era di:
1/90 x 1/89 x 1/88 x 1/87 x 1/86 x 1/85
cioè poco meno di 1 su 4 miliardi e mezzo. In realtà, come segnalatomi da uno dei miei 2,5 affezionati lettori, questa è la probabilità di beccare i sei numeri esattamente nell'ordine in cui sono stati giocati (per esempio: 1,2,3,4,5,6). Dato che invece l'ordine non conta per la vincita (cioè si vince anche, per esempio, con 2,4,1,6,5,3) occorre dividere i 4 miliardi e mezzo per il numero delle possibili permutazioni di 6 numeri, che è pari a
6 x 5 x 4 x 3 x 2 x 1 = 720.
In questo modo, si arriva appunto ai 620 milioni di cui sopra. In altre parole, occorre calcolare la probabilità di beccare la sestina giusta (indipendentemente dall'ordine) sul numero totale di sestine, non quella di beccare una sestina nell'ordine particolare. In termini tecnici, interessano le combinazioni: si veda http://it.wikipedia.org/wiki/Calcolo_combinatorio#Combinazioni_semplici_.28senza_ripetizioni.29.

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giovedì 16 ottobre 2008

Liberi di navigare

E' già qualche anno che girano notizie più o meno fondate sulla chiusura o il controllo della Rete da parte dei governi. Come al solito, è sempre difficile distinguere fra bufale e verità, e soprattutto dare giudizi informati sulle reali possibilità tecniche.

Ora arriva una brutta notizia dall'Australia, riportata dalla rivista online Punto Informatico, su un (costoso) programma governativo di "filtraggio" della rete, già in opera, che di fatto cancella la libertà dei navigatori di accedere liberamente al Web.

Vedremo come prosegue: intanto speriamo negli hacker e nella velocissima evoluzione dei software!

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Israel su scuola e riforma Gelmini

Due ottimi (come al solito) interventi di Giorgio Israel nella discussione sulla scuola: uno sull'irrazionalità e la falsità delle reazioni dei sindacati e della sinistra (che comprendono il 90% dei dipendenti scolastici), uno sulla riforma dell'Università.

Da quest'ultimo, interessante soprattutto questi passaggi:
... l’università continua a ripetere il ritornello “dateci i soldi”, e basta. Invece deve essere in grado di proporsi e di promettere di non sprecare più denaro inutilmente, di essere virtuosi tagliando i corsi, i contratti esterni, le spese inutili per rappresentanza e feste di ogni genere. Solo così l’università può diventare credibile.
[...] la proposta [di dare la possibilità agli atenei di trasformarsi in fondazioni] in sé è certamente positiva; ma bisogna avere il coraggio di mettere sul tavolo un progetto completo e convincente, che possa portare alla creazione di organismi veramente autonomi e dove soprattutto si possa decidere autonomamente le tasse. In Italia abbiamo tasse bassissime, e questo è un aspetto che non viene toccato da nessuno perché si temono ritorsioni pesanti. Ma il problema è riuscire a creare realtà autonome, differenziate, in modo tale che lo studente possa scegliere in base a quanto l’università offre bilanciando qualità e peso della tassazione. E poi manca il problema centrale per creare una sana concorrenza tra atenei.


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mercoledì 24 settembre 2008

Ma come, stragi anche in Finlandia?!

La strage compiuta ieri dallo studente finlandese provocherà in molti (e in tutti i media) l'immediato riflesso pavloviano "armi = pericolo" e "possibilità di detenere armi = maggiore probabilittà di incidenti e crimini".

Come è noto a chiunque abbia riflettuto sulla questione, entrambe le equazioni sono sbagliate, e anche le statistiche lo confermano (si legga il solito ottimo Stagnaro).

Inoltre, da quel che si può rapidamente capire in Rete, la Finlandia, pur possedendo molte armi (32 ogni 100 cittadini, sembra), non è certo un paese dalla "pistola facile". Le regole per richiedere una licenza (a pagamento) assomigliano molto, a occhio e croce, a quelle italiane: per esempio, non contemplano fra i validi motivi di possesso di un'arma l'autodifesa e la difesa domestica. Inoltre, il controllo delle armi sembra sia legato, un po' come in Svizzera, all'esistenza di riservisti in servizio permanente, che detengono le armi come i soldati nelle caserme durante la leva. Occorre ricordare che il dibattito sulla legittimità di portare armi (assente in Italia, ma vivo in America) è incentrato sull'interpretazione del Secondo Emendamento, che alcuni vorrebbero applicabile solo a riservisti o ad appartenenti alla milizia, e non al cittadino comune.

In conclusione, se i pareri in materia di armi fossero minimamente informati e non così pesantemente ideologici, qualcuno ci spiegherebbe perché queste stragi continuano ad accadere in paesi europei (civili, socialisti e welfaristi!) come la Finlandia e non solo nei selvaggi Stati Uniti d'America dei cattivi cow boy.


P.S.: segnalo in edicola l'ultimo numero di Diana Armi (settembre 2008), con una lunga e informata inchiesta sulla diffusione delle armi in Italia, in risposta a un servizio estivo dell'Espresso che, a quanto pare, era il classico pessimo esempio di disinformazione ideologizzata.

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lunedì 8 settembre 2008

La dittatura dei diritti

Segnalo per intero questo bel pezzo di Facci:

Ogni domenica mattina, da ragazzino, mi chiedevo perché le campane della chiesa non prefigurassero un disturbo della quiete pubblica. In realtà ci hanno provato in parecchi a far denuncia, ma hanno sempre perso. Ecco perché mi ha colpito, ieri, un articolo della Stampa dove si spiega che un arciprete ligure dovrà pagare 60mila euro per i danni «biologici» che le campane della sua parrocchia hanno inflitto a una signora: il frastuono era tale, e così frequente, che nessuno passava più a trovarla a casa. Toghe anticlericali? Forse è solo una conseguenza di quell’invisibile dittatura che stanno diventando i diritti individuali e la loro proliferazione: infinite minoranze che in nomedel progresso vengono tutelate da oppressioni un tempo inesistenti. Se il tema del fumo vi pare pretestuoso, pensate che negli Usa stanno vietando l’incenso nelle chiese. Così pure stanno chiudendo torrefazioni e panetterie: qualcuno ha individuato presunte allergie e malattie, le stesse per cui in Canada è vietato ogni tipo di profumo. Il problema è che i diritti si elidono: quelli dell’ambientalista e del cacciatore, dell’automobilista e del pedone, dei giovani e degli anziani, di chi per sicurezza vuole comprare armi e di chi per sicurezza vuole vietarle. Sino alle campane. Saremo tutti sempre più tutelati da tutto, e sempre meno liberi.

Ricordo che Facci è uno dei pochi ad aver scritto un bel pamphlet contro la campagna anti-fumo: Fumo negli occhi.

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venerdì 15 agosto 2008

E se la Cainero fondasse l'AINA?

E chi sarebbe la Cainero? Chiara Cainero è la tiratrice friulana (30 anni, nella foto) che ha appena vinto la medaglia d'oro per il tiro a volo alle Olimpiadi. E che sarebbe l'AINA? L'AINA me la sono inventata io, sta per Associazione Italiana Nazionale Armi, e sarebbe l'equivalente della National Rifle Association americana, presieduta fino alla morte da Charlton Heston. Si dovrebbe occupare di diffondere in Italia la cultura e l'uso delle armi, in particolare delle armi da fuoco, a tutti i livelli, non solo quello sportivo.

Si dà il caso che l'attuale medagliere italiano conti 13 medaglie, di cui 10 in discipline per così dire "marziali" (tiro col fucile e con l'arco, scherma e lotte varie). Per giunta, dei sei ori quattro sono donne, fra cui una tiratrice (Cainero), una schermidore (Vezzali) e una lottatrice (Quintavalle). Se tutte queste cultrici delle arti belliche si unissero in associazione (naturalmente senza finanziamenti pubblici), assieme a tutti i colleghi maschi e femmine, potrebbero formare una piccola lobby e portare avanti un bel programma politico di questo tipo:
  • detassazione dei premi olimpici (non c'entra con le armi, ma detassare fa sempre bene!);
  • liberalizzazione della vendita, del porto e dell'uso delle armi;
  • promozione della campagna per la sicurezza urbana femminile (e non solo) intitolata "Una pistola in ogni borsetta";
  • varie ed eventuali.
Se vogliono, io posso pensare alle varie ed eventuali.

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mercoledì 13 agosto 2008

Breve scambio con Israel

Un mio breve scambio con Giorgio Israel seguito ai miei commenti sul suo blog, tema di un mio post di qualche giorno fa.

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mercoledì 16 luglio 2008

Oro contro tasse

Da leggere in versione completa l'esilarante storia di Robert Kahre, un genio americano della resistenza fiscale. In breve, la storia è questa.

Dal 1985, grazie al Gold Bullion Coin Act promosso (fra gli altri) da Ron Paul e firmato da Reagan, circolano in American monete d'oro (le famose "aquile d'oro") con valore nominale di 5, 10, 25 e 50 dollari. "Valore nominale" significa, per esempio, che una moneta da un'oncia d'oro con impresso su una faccia il valore nominale di 50 dollari, vale però ovviamente per l'oro contenuto, cioè (oggi) circa 970 dollari. Così i 50 dollari d'oro valgono quasi 1000 dollari di carta "ufficiali".

Dal 2003 Kahre ha cominciato a pagare i propri dipendenti in dollari d'oro invece che in dollari cartacei. Chi per esempio prendeva uno stipendio mensile di 1000 dollari riceveva un 50 dollari d'oro e rotti. Fin qui nessun problema. Solo che, sfruttando l'ambiguità fra valore nominale legale e valore effettivo dell'oro contenuto, sia Kahre sia i suoi dipendenti hanno dichiarato al fisco i loro redditi in termini nominali, cioè 50 dollari al mese (per esempio) invece di 1000. In questo modo, Kahre (genio sì, ma anche molto coraggioso) prendeva due piccioni con una fava: usare moneta "sana", cioè d'oro, e sfuggire al fisco (i redditi così dichiarati erano spesso sotto alla soglia per il pagamento delle tasse).

Il bello è che, quando il fisco ha denunciato Kahre e compagnia, il tribunale ha (per ora) sostanzialmente dato ragione a Kahre, sulla base del fatto che i dollari d'oro hanno un valore legale pari a quello nominale e che nessun fiscalista era in grado di scogliere il problema con chiarezza.

L'America è sempre l'America!

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lunedì 12 maggio 2008

Per una volta, tutti al cinema!

Imperdibile intervista al regista Renzo Martinelli, che in due parole spiega l'immoralità dei finanziamenti di stato al cinema, e addirittura che il cinema è merce e non arte, e per fortuna è così! Un'inaspettata lezione di liberalismo, su cui batte costantemente anche l'impeccabile IBL.

A questo punto è doveroso andare a vedere i suoi film, che non conoscevo.

P.S.: interessante anche il sondaggio di Repubblica, che inspiegabilmente risulta a favore del regista.

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martedì 8 aprile 2008

Grande Charlton!

Segnalo questo commento di Carlo Stagnaro sulla morte di Charlton Heston, che non sapevo fosse il presidente della National Rifle Association, che si batte per "la nostra prima libertà", il diritto di portare armi.

Ricordo che di Stagnaro si può leggere in rete il bell'articolo Una società armata è una società libera (oltre che educata!) e la traduzione di un breve saggio del libertario canadese Pierre Lemieux, Il diritto di dormire e di portare armi. Carlo ha anche curato un piccolo libro dal titolo geniale: Io sparo che me la cavo, qui recensito da Alberto Mingardi.

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